Non era solo il mio compleanno: cronaca di un debutto (quasi) perfetto
Claudia Pisano
Junior Underwriter – Tutela Legale Spa
Cosa resta di un primo giorno di lavoro dopo dodici mesi? Tra aneddoti divertenti e lezioni di umanità alla macchinetta del caffè, Claudia ci porta dietro le quinte del suo debutto in azienda, scoprendo che la migliore accoglienza ricevuta è diventata oggi la cultura che è chiamata a restituire.
L’importanza della prima impressione
Se penso al 7 aprile di un anno fa, mi viene ancora da sorridere.
Ansia? Tanta. Anche perché quello non era il mio primo giorno “ufficiale”: sulla carta avrei dovuto iniziare il 1° aprile, ma un’influenza memorabile mi aveva costretta a rimandare il debutto di una settimana. Come se non bastasse, il 7 aprile era anche il mio compleanno.
Non portai nulla in ufficio: niente torta, niente pasticcini. Era troppo presto per espormi, troppo poco il tempo per capire che tipo di realtà avrei trovato. E invece mi sbagliavo: nel giro di poche ore mi sentii già accolta.
Così, il giorno dopo, rimediai con i pasticcini di mandorle “da giù”, spediti con amore da mia madre.
La prima impressione, per me, è passata anche dall’outfit.
Credo che l’abbigliamento sia un linguaggio silenzioso: racconta chi siamo prima ancora di aprire bocca. Peccato che nella mia testa avessi immaginato una compagnia assicurativa dal dress code rigidissimo. Non indossai un completo ultra-elegante… ma ci andai pericolosamente vicina. Quando vidi la mia tutor in polo color salmone e jeans, ebbi un attimo di smarrimento: io sembravo un pinguino infiocchettato.
Cosa ricordo di quel primo giorno…?
La luce. Ricordo la luce del sole negli uffici e la curiosità sincera dei colleghi. Nessuna freddezza, nessun “interrogatorio”, solo sorrisi e domande vere. Mi hanno messa a mio agio fin da subito: una sensazione che non si dimentica.
La macchinetta del caffè: il nostro “luogo strategico”
Se dovessi indicare il vero ufficio strategico dell’azienda, direi senza esitazione: la macchinetta del caffè. È lì che ho iniziato a conoscere persone di altri reparti, a sciogliere il ghiaccio e a capire dinamiche che non si leggono negli organigrammi. Davanti a un caffè le barriere cadono e i ruoli si alleggeriscono.
Spesso nel lavoro ci si aspetta competizione o distanza; qui, davanti a una tazzina, ho visto i responsabili mettersi allo stesso livello dei collaboratori, ridere e ascoltare. È una lezione di umanità che troppe realtà aziendali sottovalutano.
“Oltre la polizza”
Ho capito di non essere qui solo “per fare polizze” in due momenti precisi.
Il primo, nelle spiegazioni della mia tutor: la passione con cui raccontava il lavoro, la pazienza nel formarmi e la volontà di essere un punto di riferimento. Non era solo tecnica, era trasmissione di valore.
Il secondo, quando la mia responsabile, a pochi mesi dal mio ingresso, mi affidò la predisposizione di una trattativa con un cliente importante. Quella fiducia fu un messaggio chiaro: “Sei pronta”. In quel momento ho capito di essere stata apprezzata per ciò che sono: giovane, affamata di conoscenza, curiosa e desiderosa di crescere.
Il cerchio che si chiude
A distanza di un anno, mi sono ritrovata dall’altra parte.
Da poco è entrata una nuova persona nel mio team e mi è stato chiesto di occuparmi della sua formazione. Se da un lato ero entusiasta, dall’altro sentivo una responsabilità nuova. Volevo che si sentisse accolta esattamente come è successo a me. Formare qualcuno non significa solo spiegare un metodo: significa trasmettere un clima, una cultura, un modo di stare insieme.
Forse è proprio questo il punto: la prima impressione che ricevi diventa, prima o poi, quella che sei chiamato a restituire. Come scriveva Jorge Luis Borges: “Il futuro non è ciò che accade, ma ciò che facciamo”.
E in fondo, nelle aziende come nella vita, attraiamo ciò che scegliamo di essere ogni giorno.